#Cultura

Istinti distorsivi nella lettura dei dati

Martina Pignaffo
Martina Pignaffo
Nov · 6 min. di lettura

Ti sei mai chiesto cosa dà valore a un numero? Qual è il connotato intrinseco di una cifra che ti permette di tradurre quel dato in un’informazione?

Proviamo a spiegarci meglio con un esempio.

Se domani tu andassi a comprare un’auto nuova, bellissima, come l’hai sempre sognata e ti dicessero che costa solo 1.700 sted, saresti in grado di dire se il prezzo è alto, basso o in linea con il suo valore? Ovviamente no. E questo non perché tu sia un novellino nel mondo dell’automotive ma perché non avresti abbastanza dati per poterlo dire. Allora chiederesti di sapere a quanti sted ammonta il tuo stipendio attuale, quanto costa la birra che stai bevendo, la sedia sulla quale sei seduto o la casa di cui stai pagando il mutuo.

E allora perché se ti dicessi che nel 2018 sono morte quasi mille persone in un incidente aereo rabbrividiresti all’idea di imbarcarti domani in un volo per le Maldive? Per un motivo tanto semplice quanto banale: confondiamo i dati con le informazioni. Lo facciamo tutti, indistintamente. La voracità che utilizziamo nell’interpretare ciò che ci circonda ci porta a conclusioni affrettate e ci limitiamo a utilizzare i pochi e frammentari dati che abbiamo per decifrare e definire la realtà che ci circonda. Si tratta di un atteggiamento innato, insito in noi al punto da poterlo definire una sorta di istinto.

Come fare allora per evitare di imbattersi in conclusioni avventate e spesso imprecise? Non servono talenti né particolari tecnicismi, è sufficiente un po’ di fiuto e di attenzione. Ecco quindi tre consigli per interpretare i dati in modo corretto.

#1 Diffida sempre degli estremi

Quando ci troviamo di fronte a un gruppo di dati ciò che attira di più la nostra attenzione sono sempre gli estremi e per questo tendiamo a voler dividere i dati che abbiamo davanti in macro gruppi per semplificare la visione dell’insieme e trovare un modo più facile per memorizzare ciò che questi rappresentano. Utilizzare range di valori per suddividere un insieme di dati è un ottimo metodo per semplificare e ricordare facilmente qualcosa, ma se il numero di gruppi diventa troppo esiguo il rischio è di ottenere una rappresentazione distorta di ciò che gli stessi dati dicono.

Se pensiamo ad esempio alle disuguaglianze nel mondo in termini economici, tendiamo a pensare che vi sia un gruppo di Paesi considerati ricchi all’interno dei quali collochiamo il nostro e un secondo gruppo di Paesi che definiremmo poveri, in quanto lo stile di vita che li caratterizza è sicuramente al di sotto del nostro. Questa dicotomia è sicuramente alimentata dai media che tendono ad assumere sempre di più il nostro punto di vista nel raccontare e rappresentare i fatti per indurci a condividere le loro stesse impressioni su ciò che accade. In aggiunta a ciò, dovremmo sempre tenere presente che gli estremi colpiscono molto più facilmente e restano impressi più a lungo. Immagini di estrema povertà vengono utilizzate tutti i giorni in riviste, articoli nel web e spot televisivi per ottenere donazioni destinate poi a paesi che vivono in condizioni di povertà seppur molto meno grave di quelle utilizzate per far breccia nella nostra coscienza. Per lo stesso motivo un miglioramento, seppur leggero, raramente fa notizia e questo, nel lungo periodo, rischia di darci una visione delle cose limitata a un periodo storico del passato perché le variazioni lente dei valori non vengono comunicate. E così rischiamo di rimanere legati a una visione vecchia del mondo.

Se provassimo ad esempio ad osservare l’andamento nel tempo del reddito medio pro capite per i vari Paesi del mondo ci potremmo facilmente accorgere che il concetto di Paese povero di 50 anni fa oggi ha una valenza diversa. Se prendessimo tutti i Paesi del mondo e li dividessimo in 5 gruppi per reddito pro-capite medio troveremmo, nel 1970, i Paesi più poveri con un reddito pro capite annuo compreso tra i 500 e i 1000 dollari mentre i Paesi più ricchi con un reddito compreso tra i 16 e i 30 mila dollari. Oggi, gli stessi due gruppi hanno rispettivamente un reddito compreso tra gli 800 e i 3 mila dollari e tra i 32 e i 64 mila dollari. I dati non mostrano certo una situazione rosea ma una realtà che, seppur ancora grave, mostra un netto miglioramento. L’aspettativa media di vita negli anni 70 nei Paesi più poveri era di 45 anni, oggi negli stessi Paesi è di 63 anni.

Analizzare i dati ci porta spesso a vedere le cose da una maggiore distanza capendo che non è detto che ciò che è grave lo sarà per sempre o che una situazione drammatica non possa anche mostrare chiari segni di miglioramento.

#2 Attenzione alle stime espresse in termini di media

Spesso le stime espresse in media nascondono realtà molto diverse dal dato medio. Prendiamo per esempio uno dei Paesi con la qualità di vita più invidiata al mondo: gli Stati Uniti. Il reddito pro-capite medio è di circa 50$. Se andassimo però ad analizzare meglio i dati dei singoli cittadini americani vedremmo che c’è chi guadagna anche 600$ al giorno e chi invece guadagna meno di 3$ al giorno. Non saranno di certo tantissimi gli americani poveri ma ammettiamo che anche solo il 3% della popolazione rientri nella fascia più povera: significa che 10 milioni di americani vivono con meno di 10$ al giorno. Circa tanti quanti in Iraq, seppur qui il reddito medio è di 15$ al giorno. Sei ancora dell’idea che gli Stati Uniti siano il Paese perfetto in cui vivere?

#3 Considera sempre l’arco temporale adatto

Una volta intuito che è necessario sempre diffidare di rappresentazioni di valori estremi e che la media dei valori spesso può portarci a conclusioni affrettate, dobbiamo stare attenti a un ultimo vizio che abbiamo nell’analisi dei dati: non considerare l’arco temporale adatto. Spesso, infatti, nel valutare un trend prendiamo in esame l’andamento di un certo valore nel corso degli ultimi anni e il drammaturgo che è in ognuno di noi tende a costruire, partendo da questi, scenari catastrofici in un futuro imminente. Una classica lettura di questo tipo è data dall’incremento demografico registrato negli ultimi anni. Analizzando la curva dei valori degli ultimi 20 anni l’istinto ci porta a disegnare una linea retta che punta verso l’infinito. E subito ci immaginiamo come una specie presto destinata all’estinzione in un pianeta senza più risorse.

Se prendiamo però in analisi un arco temporale maggiore, e se cerchiamo di condire maggiormente i nostri dati considerando l’andamento dell’età media e del numero di nascite per donna, scopriamo che la curva sarà molto più simile a una mezza gaussiana che tende ad un valore massimo costante oltre il quale non cresce più. È bastato davvero poco per cambiare la percezione di ciò che ci attende. Se siete incuriositi da questo tipo di dati vi invitiamo a visitare il sito gapminder.com che riporta numerosi spunti di riflessione sui principali trend economici e demografici dei vari Paesi del mondo.

Una volta presa familiarità con questi semplici concetti non resta quindi che continuare a leggere tutti i dati che abbiamo per cercare di selezionare i più importanti, scegliere con cosa confrontarli e poi valutare il trend di andamento nell’arco temporale necessario per avere una visione chiara, completa ma soprattutto consapevole di ciò che stiamo vivendo.